Scaramucce
Povero Edoardo Raspelli. Da quando gli è andata male con Buffet, gli danno tutti addosso. E mica i tipografi, ma i "capoccia", le firme prestigiose di un gruppo che aveva amorevomente definito "la nazionale dei giornalisti gastronomici" nel primo numero della sua sfortunata rivista. Prima Ziliani che parla di culto della personalità e di Ceausescu, ora Massobrio che manda in giro newsletter descrivendo il povero Edo come la parodia grassa di sé stesso, un vecchio inacidito dai fallimenti, un poveraccio. Leggete un po’:
Ringrazio Paolo Massobrio che in una newsletter del Club di Papillon segnala una notizia che altrimenti sarebbe passata inosservata: Edoardo Raspelli è vent’anni che recensisce ristoranti sulla Stampa ma, vista la sua serenità di giudizio, è come se fossero cento. Pesante come uno spezzatino di cinghiale a ferragosto, si è ormai ridotto alla caricatura di se stesso e se fino a tutti gli anni Novanta pareva mosso da un progetto a tutta tradizione e rispetto del passato, da anni basa i suoi giudizi su due elementi che non ha mai digerito: la grandezza di Ferran Adrià e la trombatura alla guida dell’Espresso. Si potrebbe persino apporre un logo sui posti che ha demolito perché in odore di Bulli Express: «Stroncato da Raspelli», e uno prenota a colpo sicuro, certo di mangiarvi bene. -Testo Integrale su Identità Golose-
Massobrio alza la palla e Marchi schiaccia:
(…)come dovremmo battezzare le sue recensioni? Gastro-cazzatone è troppo scontato, ma forse non si sbaglia.
Buona Pasqua,
Paolo Marchi
La recensione in questione è quella del Novecento di Meina, da leggere qui.
La recensione è cattivissima, ma addirittura sembra aver fatto il gioco del locale: secondo lo chef Matteo Vigotti, “Tanti hanno prenotato non credendo a quanto era scritto”. Povero Edoardone… se parla di chi gli piace, e magari ci fa pure una rivista, nessuno lo caga. Se ne parla male gli danno del pazzo. Anche i profani gli danno addosso. Ecco l’opinione del mio "collega" Sarchiapone, trascinato da me al Combal.0 riguardo le opinioni di Raspelli su Davide Scabin:
"Sto Raspelli capis nigott".
C’è uno strano rapporto simbiotico tra la Valtellina e la Valchiavenna: con i prodotti di una ci si arricchisce l’altra, e viceversa. Pensiamo alla bresaola, brizaola nella sua accezione chiavennasca. Originaria della Valchiavenna (i primi riferimenti sono del 1400), si è poi trasferita e trasformata nella lavorazione –salata e speziata, non affumicata- e nel pezzo di carne usato –punta d’anca e non sottofesa- diventando il successo di oggi, con tutte le problematiche derivate dalla sua inflazione (vedi lo scandalo zebù). Anche per i pizzoccheri c’è un rapporto simile. I più celebri Valtellinesi sono il prodotto di punta della Moro, pastificio industriale specializzato in grano saraceno, noto anche come Pastificio di Chiavenna s.r.l.; c’è anche un pizzocchero chiavennasco, simile a un piccolo gnocco più che a una tagliatella, e dalla Moro è venduto come gnocchetto della Valtellina. Una bella strategia di marketing: per non indurre il consumatore sprovveduto a ritenerlo un tarrocco a causa dell’incombente fama dell’omologo valtellinese, per non doverlo battere si è unito a lui. Ci sono tanti ristoranti e trattorie in questa valle furbacchiona (ovviamente in senso buono): ho scelto il ristorante Lanterna Verde.



