La cucina bruta
Purtroppo, dubito che Nicolas Le Bec avrebbe potuto scrivere questo libro tra dieci o vent’anni. Perché?
Perché la genesi della sua "cucina bruta" è fatta di memoria, di flashback olfattivi di esperienze che oggigiorno (quasi) nessuno fa più. Lui si ricorda dell’odore del fumo dei falò in campagna, della nonna autoritaria coi nipoti e con le padelle. Che ricordi odorosi ha un ventenne cittadino come me? I 12 inchiostri della biribiro? Insomma… le teste di pesce circondate di mosche appese dal pescivendolo di Bagnara Calabra? Non è che fosse proprio un profumo… fortunatamente per quelli come me, Le Bec ha da insegnare anche a quelli della sua generazione, rendendo gli onori dovuti al bistrattato sale, al crudo più primordiale, ai sapori basici, amaro, dolce, acido. L’autore ha proprio lo sfizio di voler riabilitare le vittime del bigottismo gastronomico, della delicatezza a tutti i costi, della cucina politically-correct e lo fa andando al di là della tradizione, sbattendoci in faccia teste di aglio intere (a cui dedica un intero capitolo) e bottarghe da sgagnare lascivamente. Una poetica storiella intrduttiva per ogni capitolo e tante foto dove carcasse di animali sono portate servite su stoviglie di legno, pietra terracotta. Piatti da preistoria, servizi da famiglia Flintstones.
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