Birrificio Gradoplato: più torinesi non si può

La storia del birraio Sergio Ormea inizia nel 1994. A quei tempi gli homebrewers non erano certo la folta e agguerrita comunità che sono oggi, e Internet non era certo d’aiuto per chi voleva tentare l’impresa di farsi la birra in casa, ma poco male: dopo aver consultato quello che serviva della letteratura sull’argomento, il buon Sergio prende, va al mulino, si compra un saccone da 50kg di orzo che farà maltare e otterrà la sua prima produzione di birra. Questo aneddoto è esplicativo della sua filosofia operativa e di vita: ingenuità e incoscienza sono il motore della scoperta, danno un po’ di pepe a tutto e scongiurano il rischio di manierismi, così le sue birre vengono fuori sempre un po’ diverse da quello che il loro stile indurrebbe a prevedere… Ecco qualche esempio (foto tratte dalla brochure del birrificio):
SVEVA

Lager di 4,9 gradi, può essere un ottimo esempio di birra "leggera" sdoganata ai fanatici. Beverina ma non per questo insapore, ha vinto il premio come miglior birra artigianale nella sua categoria al concorso indetto nel 2006 da Unionbirrai.
MELISSA

Dopio malto al miele, alta fermentazione, 6,7°. L’idea di questo prodotto era di non usare il miele come un aroma, ma semplicemente come un qualsiasi zucchero che si trasformasse in alcool in fase di fermentazione. Ne risulta una birra non amara, dolce ma non stucchevole.
STRADA SAN FELICE

Birra alle castagne, bassa fermentazione, 8°. La presenza delle castagne, aggiunte a più riprese nella produzione, è netta ma non preponderante. Per chi non ama le birre alle castagne perché si ritrova la bocca che sa di un cattivo castagnaccio, questa è un’ottima occasione di ricredersi.
STICHER

La mia preferita, non ringrazierò mai abbastanza il signor Ormea che me ne ha regalato una bottiglia in fiera a Rimini. Realizzata in collaborazione con il locale istituto agrario, è prodotta solo con cereali autoctoni, cosa che la rende unica di per sé e ed è valsa il premio "Artigiano radioso 2006" del Club Papillon. A questo aggiungiamo che è una birra eccezionale, di 6,6° con profumi di frutti rossi e miele, un sapore persistente e un finale liquoroso degni di una grande belga.

Sergio Ormea ha un’altra passione, quella delle lumache a cui ha dedicato una carta intera oltre che un curioso "4 salti in padella" in barattolo: le lumache alla birra. Uno stupendo umido dei Helix Pomatia da accompagnare a pane tostato, pasta, polenta…
BIRRIFICIO GRADOPLATO
Viale Fasano, 36 Chieri (TO)
011.9473236

Se in una qualsiasi fiera di magnazza in giro per l’italia avrete la fortuna di imbattervi nello stand della Mieli Thun, non limitatevi ad una fugace occhiata. Aspettate che il banchetto sia libero, tutto per voi, e lasciatevi accompagnare in un’ampia, sorprendente degustazione. Verrete accompagnati con passione e competenza a scoprire i veri sapori del miele, dal più fresco e delicato al più aggressivo, amaro, tosto. Quello che Andrea Paternoster vuole realizzare è un progetto molto chiaro: esaltare al massimo le singole fioriture. Per fare questo porta i suoi sciami in giro per l’Italia nei posti giusti e nei momenti giusti, per tutta la penisola e per tutto l’anno. Per ottenere l’armonico, profumatissimo miele d’arancio, le arnie vengono caricate sul furgone e portate nottetempo fino in Calabria.
Il miele di corbezzolo si produce a cavallo tra l’autunno e l’inverno; conosciuto ai più come “miele amaro”, quello prodotto dalla Thun raggiunge un’incredibile complessità: di un intenso color nocciola, ricorda al naso i cereali tostati e in bocca il caffè, con una persistenza kilometrica. Da accompagnare a una stout, o, come mi viene proposto, da mitigare con una ricotta.
Quintessenza è l’espressione estrema dell’integralismo del monoflora. Se il classico miele d’acacia è già limpido, puro nella sua versione “classica”, il quintessenza ha una trasparenza unica, cristallina, e un sapore, se possibile, ancora più intenso. Talmente puri da sembrare finti, vedi il quintessenza di tarassaco, alla vista simile al didò, in realtà setoso sul palato oltre ogni aspettativa. Se nella vostra città non lo trovate, potete acquistare on-line. Nel catalogo del sito manca però una novità che spero rendano presto disponibile: mai masticato un favo?


ffusione dell’azoto liquido nelle cucine e le conseguenti difficoltà per reperirlo. Il siparietto era divertente. Da "dove prendi la carne?" la domanda tra gli chef accorsi all’ennesima dimostrazione del caso era diventata "dove trovi l’azoto liquido?". Mi sono posto anche io la domanda e la risposta l’ho trovata nel 



L’aspetto è poco invitante, probabilmente la descrizione lo è meno ancora: stomaco di capretto essiccato, completo di latte rappreso al suo interno. Sorta di pajata ovina, il suo nome, callu de cabrettu, lascia trasparire con le sue U finali le origini sarde. E’ un prodotto affascinante, un replay della genesi della casearia. La leggenda narra che dei pastori provarono ad utilizzare stomaci di agnelli come sacche per il trasporto del latte e i residui di succhi gastrici all’interno diedero i natali alla prima cagliata di origine animale. In realtà le ricostruzioni sulle lavorazioni del latte sono molto più complesse, comprendendo antesignani yogurt e l’utilizzo di cagli vegetali, ma il fascino del callu resta lo stesso. Mangiarlo sarebbe come assistere al big bang. Si serve al naturale con del pane (le parti di stomaco si mangiano, mi raccomando) o fritto nello strutto. Prenotatelo da 

